La poesia in una noce

La poesia in una noce

Fin dall’antichità la frutta secca veniva consumata dalle comunità ebree in varie forme. Spesso rientrava in preparazioni dolci come il “bollo” o “bolo” (dolce già presente in Veneto nel 1500 e quindi nelle comunità ebraiche presenti), confezionato a forma di treccia o di pane allungato, cotto al forno e composto di farina, zucchero, olio di oliva, uova, uva passa e altra frutta secca. In altri casi, invece, sulla mensa ebraica la frutta secca appariva dopo il pasto in accompagnamento ai dolci.
Un esempio di quanto detto si trova in David de Pomis (Venezia 1587): “quel che si mangia dopo pasto sono pomi, dattoli, noci e simile et si porta focacce composte di farina, di olio e di miele e pane fatto di dattoli …”. dove per “simile” si intendono altri frutti essiccati e i “dattoli” erano, senza ombra di dubbio, secchi (anche e soprattutto per favorirne la conservazione e quindi i traffici commerciali). Tutt’ora a Roma si può trovare la Pizza di Beridde. Il fascino di questo dolce viene dal suo intimo legame con il mondo precristiano: Beridde infatti, deriva da un Yiddish giudeo-romanesco e significa “patto” (berit). Il riferimento è al patto che Dio fa con gli uomini dopo il diluvio universale. Nell’Antico Testamento questo genere alimentare è molto presente: nel Cantico dei Cantici viene detto “… Sostenetemi con focacce d’uva passa” “… Le mandragore mandano profumo; alle nostre porte c’è ogni specie di frutti squisiti, freschi e secchi; il mio diletto, li ho serbati per te”.

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